
"Sì del senato al nucleare «Green economy» addio"
di Matteo Bartocci
Una maggioranza schiacciante ma decisamente svogliata ha deciso senza
troppi patemi d'animo il ritorno dell'Italia al nucleare. Nel
centrodestra banchi vuoti, interventi pro-nuke zero (non c'è bisogno),
voglia di lavorare poca, perché tutto appare già deciso e distante.
Tanto che per quasi tutto il giorno al senato manca perfino il numero
legale per riunirsi. Il fatidico ritorno all'atomo viene deciso in
meno di due ore anche se la parola fine, prossimamente, toccherà alla
camera.
Il dibattito in aula sembra archeologia industriale, con un ddl
cosiddetto «sviluppo» che come stimolo all'economia contro la crisi
non stanzia un euro (si fa tutto a saldo zero) ma in compenso diventa
un ddl «salsiccia» che contiene di tutto. I 17 articoli scritti a
dicembre sono diventati più di 30. Dalla sospensione della «class
action» alle agevolazioni per i campeggi, dall'abolizione delle
«lenzuolate» di Bersani sull'assicurazione auto fino alla lotta alle
borse false e, appunto, al ritorno al nucleare. Come è d'uso nell'era
Berlusconi, il parlamento non conta nulla o quasi. Gli articoli 14 e
15 del ddl delegano il governo a decidere entro sei mesi luoghi e
criteri per la costruzione delle centrali nucleari e dei siti di
stoccaggio dei rifiuti. Entrambe saranno aree top secret, «di
interesse strategico nazionale» e dunque protette dall'esercito, come
le discariche di Napoli.Già a febbraio Berlusconi ha siglato con
Sarkozy gli accordi per far costruire le centrali italiane classe Epr
all'Edf, l'ente elettrico pubblico francese partner dell'Enel. Sarà
Parigi, però, a metterci la tecnologia. E l'Italia si prepara a
concedergli carta bianca.
Per fare le centrali ci sarà un'autorizzazione unica che varrà come
nulla osta, atto di assenso amministrativo, licenza, concessione ed
esproprio. A fermare l'iter potranno essere solo la Valutazione di
Impatto Ambientale (Via e Vas). Alla faccia del federalismo né i
comuni né le regioni avranno voce in capitolo. «I siti verranno scelti
dalle imprese», denuncia Roberto Della Seta, Pd ex di Legambiente. E
per mettersi al riparo dai ricorsi l'unico tribunale legittimato a
decidere sarà il Tar del Lazio, una sorta di nuova corte suprema per
tutto ciò che riguarda l'energia. Tipi di impianti, rapporti con i
costruttori e procedure saranno decise dal Cipe, cioè dal governo,
dopo il sì definitivo.
Non manca nemmeno l'emendamento «porcata». La Sogin sarà di nuovo
commissariata e forse privatizzata dopo la parentesi felice del
governo Prodi. L'ente pubblico dedicato allo smaltimento delle scorie
civili italiane e, business non secondario, dei sommergibili ex
sovietici (vedi il manifesto del 1 febbraio) avrà un bilancio separato
e opaco gestito da un commissario e due vice. Guarda caso tre posti
come Fi, An e Lega.
E i costi? Per ora si stimano circa 5 miliardi a centrale, ma in
Finlandia e Francia (ultimi paesi Ue a costruirle) tra prima pietra e
consegna i costi sono raddoppiati. La torta iniziale dunque è di
almeno 20 miliardi di euro. In tempi di crisi si capisce perché
perfino gli Stati uniti, con tutto il loro arsenale atomico, non
costruiscono una nuova centrale dal '72. E' un dato di fatto che da
allora nessun paese del mondo ha investito nel nucleare a meno che non
ce l'avesse già.
Ma dove saranno i nuovi impianti? Il governo ne vuole due al Nord, una
al Centro e una al Sud (1600 MW ciascuna). Strutture di quella
dimensione però consumano tanta acqua. I fiumi, perfino il Po, sono
inaffidabili e dunque bisognerebbe farle vicino al mare. Ma su quali
coste? E con quali oneri di desalinizzazione? Il parlamento si fidi,
poi si vedrà.
Le barricate non si vedono. Anzi. Il Pd vota contro non per
«pregiudizio antinuclearista» ma per «motivi di merito economico»,
sottolinea Gian Carlo Sangalli a nome dei democratici. L'Italia oggi
può produrre 90mila MW. Un terzo dei quali con le centrali a gas
costruite negli ultimi 15 anni, nessun paese europeo ha fatto
altrettanto. «Il sistema elettrico italiano - ricorda Sangalli - ha un
eccesso di capacità di proporzioni storiche. Molte nuove centrali
nella pianura padana sono utilizzate al 50%. Pensare di farne di nuove
in questo momento è un paradosso economico e rappresenterebbe un
ulteriore costo che finirebbe sui già alti prezzi dell'energia». Per
Grazia Francescato (Verdi), il nucleare è una follia: «Nel 2000 un Kg
di uranio costava 7 dollari mentre oggi ne costa oltre 120. Spendere
decine di miliardi per centrali già obsolete e che vedranno la luce
forse nel 2020 significa rinunciare a quella green economy su cui
puntano con forza Obama, Merkel, Sarkozy e Zapatero». Di destra e di
sinistra, tutti tranne noi.
Link qui.


